martedì 9 settembre 2014

Due attori e mezzo

Finché ad un certo punto non si stancó.
Appoggió l'accetta e si rimise i guanti. Era già quasi il tramonto e il freddo gli stava intorpidendo le mani. Prese un boccale di idromele e lo bevve tutto d'un colpo. Amava il suo idromele, primo perche l'aveva fatto lui, e poi era tanto dolce quanto efficace nel ravvivare il fuoco nel caminetto. 
Demostene si giró quindi verso Eustarco ed esclamò: "io qua lo affermo e passeranno anni, fidati, generazioni intere prima che qualcuno possa cogliere ciò che ti sto per dire: il concetto stesso di esistenza è profondamente sopravvalutato. Ci sforziamo di cogliere il senso della vita, quando anche la più semplice azione non è altro che l'effetto di una causa! Ma pensaci! Rifletti! Se pongo una sfera di marmo su un tavolo, e poi prendo una seconda sfera e la faccio rotolare fintanto che essa non colpirà la prima sfera, ecco che se conoscessi posizione, peso e direzione delle sfere potrei dedurre il loro stato d'essere in ogni singolo istante e potrei dedurne persino la posizione finale! Cos'altro ti serve per comprendere? Capisci quale sia perciò la struttura di ciò che diciamo di vedere?" 
Eustarco era una persona riflessiva. Non aveva la velocità d'astrazione di Demostene, ne la sua notevole capacità di distacco dalle strutture socialmente condivise, ciononostante nella sua lentezza sapeva imprimere grande forza e ordine, sicché sapeva far di ragion una grand'arma, quand'anco questa non fosse già uno scudo. "Amico mi vien da dirti che ti sbagli. Tu dai per cosa da poco il libero arbitrio, lo svendi facendotelo pagare quel che si paga per un fischietto d'ebano. Esso invece racchiude e imprime la forza della libertà alle azioni umane, mescolandosi li col fato dove l'occhio non può più vedere strutture o armonie. La libertà della scelta non può essere imbrigliata come fanno i grandi padroni dell'urbe con i fiumi che scorrono su letti immutabili, e da li non escono."
Demostene più volte aveva cercato di ricondurre l'amico alla convergenza più pacifica degli intenti, e anche stavolta non di meno non si perse d'animo. "Buon compagno, tu confondi la più elevata complessità che può racchiudersi in un attimo della vita dell'universo con la libertà, ma cadi in errore. Un'infinita (anche se infinita non è) complessità non ti porta a realizzare la libertà. Solo perché il nostro modello è troppo complesso per poter essere appreso appieno non significa che non sia comunque un sistema chiuso dove tutto è vincolato dalla causa e dal suo effetto. E cos'è allora la libertà? Cos'è la coscienza? Cos'è la scienza stessa?" 
Di replica: "Oh ma se così fosse allora saremmo posti di fronte ad uno scontro tra fedi, tu credi nella totale assenza di libertà, credi che la scienza sia il libro che contiene i paradigmi che misurino tutto il reale, mentre io credo nel cuore, nello spirito, nella libertà, nella crescita e nello scontro, così come credo negli Dei e credo nel destino beffardo e inintelligibile... Ed essendo uno scontro tra fedi differenti, queste hanno parimenti importanza e dignità, e da questo scontro mai ci sposteremo, si apra la terra se non fosse così".
"Mio caro amico, ciò che dici non può esser più distante dal vero, poiché la mia fede spiega la tua, ma non si può dire lo stesso nel senso opposto. E allora io affermo con smorfiosa saccenza la superiorità del mio sistema, e non oltre parlerò."

Quand'ecco che un terzo figuro comparve sulla scena. Forse era immobile lì sul bordo del palco di questo spettacolo già da un po', ma solo in quel momento i nostri si accorsero di questa platea silenziosa.
E dopo qualche istante di riflessivo silenzio, questi debuttó.

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